Come inizia Tra odio e amore, noi?

Prologo












«Dottor Gordon?».
La voce giungeva da lontano, con un forte accento latino.
«Sì, sono io», rispose nervosamente, passandosi una mano tra i capelli e cercando di accantonare il ricordo del litigio che aveva appena posto fine alla sua storia con Edith, la donna che avrebbe dovuto sposare alla fine dell'anno.
«La chiamo dal distretto di polizia del Municipio di Tuxtla Gutiérrez, nel Chapias, in Messico», continuò la voce.
Race rallentò il passo, fino ad arrestarsi al centro della strada. Rimase per un istante come imbambolato, prima che lo starnazzare di un clacson lo costringesse a sgomberare la carreggiata, trovando riparo su un marciapiede, al lato opposto della via.
«È successo qualcosa a mio fratello?». Il pensiero era volato subito a Gabriel, che non sentiva da un paio di settimane, ma, preso dai vari impegni, aveva come al solito rimandato quella telefonata e lui non si era fatto sentire. «Gabriel Hidalgo», si affrettò ad aggiungere, specchiandosi nella vetrina del negozio davanti a lui.
Era visibilmente scosso, con il viso pallido, gli occhi grigi leggermente stanchi e i capelli biondi arruffati. Il vetro gli restituiva l'immagine di un manager, con la sua inseparabile ventiquattrore e il cellulare attaccato all'orecchio, ma quel giorno qualcosa dell'uomo prevaleva sul professionista. Socchiuse le palpebre, restando in ascolto.
Lo sconosciuto, dall'altro lato del telefono, sembrava a disagio, come se stesse cercando le parole giuste.
«È successo qualcosa a Gabriel?», ripeté, agitato.
«Dovrebbe raggiungerci il prima possibile», gli rispose l'uomo con un filo di voce. «Suo fratello si è tolto la vita. Lo hanno trovato questa mattina alcuni vicini, che passavano a trovarlo tutti i giorni».
«Gabriel è morto?». Appoggiò una mano sulla vetrina, cercando di toccare quello sconosciuto che lo fissava perplesso. "Gabriel è morto", si disse ancora una volta, come per convincersene.
«Dottor Gordon, è ancora lì?». La voce al telefono si era fatta insistente.
«Sì», farfugliò confusamente. «Prendo il primo aereo e sono da voi».

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«Vuoi che ti faccia portare qualcosa da bere?».
Race guardò sua madre, pallida e silenziosa, con lo sguardo perso oltre il finestrino.
«Non ho bisogno di niente».
Era stato impossibile tenerla all'oscuro di quanto era accaduto.
Le ultime ore erano state frenetiche. Mettersi in contatto con il piccolo paesino di Corzo, fuori Tuxtla Gutiérrez, nel Chapas, era stato difficile. La linea telefonica non copriva tutto il territorio e il cellulare di suo fratello risultava irraggiungibile. Nell'incertezza, era tornato a casa per prepararsi la valigia, quando aveva scorto sua madre, venuta a trovarlo, dopo che Edith l'aveva chiamata per informarla che suo figlio l'aveva lasciata, pochi mesi prima del matrimonio.
«Non ho tempo», aveva cercato di liquidarla, dando disposizioni alla cameriera, affinché gli preparasse lo stretto necessario.
Era stato solo allora, tra una chiamata e l'altra, che era riuscito a sentire Emanuel Hidalgo, lo zio di Gabriel, che gli aveva confermato la notizia.
Con il telefono incollato all'orecchio, si era voltato, con gli occhi velati dal pianto e, inspiegabilmente, lei aveva capito.
«Gabriel», aveva sussurrato, portandosi una mano al petto e cercando di trattenere le lacrime.
E ora erano in volo per Città del Messico e da lì avrebbero raggiunto Tuxtla Gutiérrez, per spostarsi a Tierra Colorada, dove viveva suo fratello, una tenuta un tempo florida e ora in completo stato di abbandono.
Chiuse gli occhi, lasciando che i ricordi lo avvolgessero. Gabriel era più grande di lui di qualche anno. Nato dal primo matrimonio di sua madre, era rimasto a vivere con il padre, José, nel Chapas, quando Kathleen aveva deciso di tornare in Inghilterra. Qui aveva conosciuto e sposato, in seconde nozze, il ricchissimo Derren Gordon, di venticinque anni più grande di lei. Da questa seconda unione era nato lui, Race. Fin da piccolo, ogni anno, accompagnava la madre in Messico, per trascorrere qualche mese con Gabriel.
Con gli anni, però, i rapporti tra sua madre e suo fratello erano peggiorati, per l'influenza negativa che José Hidalgo esercitava sul figlio. Nonostante tutto, nulla aveva potuto contro di lui, che restava suo fratello e così, dopo la morte dell'imprenditore, da tempo in rovina, Race aveva chiesto a Gabriel di raggiungerlo in Inghilterra, promettendogli di trovargli un lavoro e un alloggio, ma lui non aveva accettato, costringendolo a seguirlo telefonicamente nei suoi spostamenti per il Messico, alla ricerca di un lavoro e di una sua realizzazione.
Nell'ultimo anno, però, Gabriel era diventato sempre più sfuggente e quando cercava di strappargli qualche informazione sulla sua vita attuale, era piuttosto evasivo. Che cosa poteva essergli successo? Cosa lo aveva costretto a un gesto così estremo?
Spalancò gli occhi, spostando lo sguardo fuori dal finestrino. Non si vedeva che cielo e nuvole. Avrebbe dovuto attendere ore, prima di poterlo riabbracciare un'ultima volta.
«Gabriel!», mormorò, serrando le labbra.
«Promettimi che non mi nasconderai nulla».
Sua madre al suo fianco si mosse, costringendolo a guardarla. Era ancora una bellissima donna, nonostante i suoi sessantacinque anni, con la figura elegante e slanciata, i capelli biondi e gli occhi di un intenso azzurro.
«Non ti nasconderò nulla», le promise.

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Race allungò delle banconote all'autista, mentre aiutava sua madre a scendere dal taxi che avevano noleggiato a Tuxtla Gutiérrez, una vettura di colore bianco, con una striscia arancione sul lato, e con il numero annotato sulla portiera.
«Se serve ancora il nostro aiuto, ci richiami», si raccomandò l'autista, sollevando il berretto.
Race annuì distrattamente, preoccupato dal terreno sterrato su cui sua madre stava poggiando i piedi.
«Fai attenzione».
«Non sono un'invalida». Gli scostò la mano, costringendolo a interessarsi esclusivamente del bagaglio.
Tierra Colorada si stagliava sullo sfondo, illuminata da torce, che rischiaravano la notte. Race socchiuse gli occhi, mettendo a fuoco una facciata composta da tre corpi, alleggeriti da colonne neoclassiche. 
Un tempo era stata molto bella e ricordava che, qualche volta, aveva corso a perdifiato attraverso i suoi lunghi corridoi che collegavano i diversi ambienti.
Ora invece l'intonaco della facciata era annerito dall'umidità. Le porte e le finestre mostravano i segni dell'incuria e la natura sembrava aver preso il sopravvento sull'uomo, con la sua fitta vegetazione e il predominio della terra sul cemento.
Si affrettarono a raggiungere il corpo principale della casa. Il portone era aperto e vi entrarono senza incontrare alcuno ostacolo.
Una volta all'interno scorsero una donna, con uno scialle nero sulle spalle, sparire in una stanza, per poi ricomparire un attimo dopo.
«¿Quién eres?». Le afferrò un braccio, costringendola a voltarsi.
La donna, un'indigena dalla pelle olivastra, con gli occhi grandi e neri, si voltò a guardarlo, facendosi il segno della croce, prima di rivolgersi a sua madre, improvvisando un inchino.
«¿Eres la madre de Gabriel?», le chiese, afferrandole la mano, prima di tornare a lui. 
«Y tu eres el hermano inglés, ¿verdad?». Ripeté la croce.
«Así es», le confermò, tenendo a bada la voglia di bloccarle quelle mani che continuavano a gesticolare.
«¡Ven conmigo!».
Attraversarono un lungo corridoio di stanze, fino a raggiungere quella da cui si levava un sommesso mormorio, come una cantilena. Mise una mano sulla spalla di sua madre, poggiando il bagaglio alla parete, per sbirciare nella camera.
C'erano sedie sparse lungo tutto il perimetro dei mobili, con donne dalle lunghe gonne, che sgranavano il rosario, con i capi chini. Sentì il grido soffocato di sua madre e spostò lo sguardo al centro del letto, dove, con le mani composte, in preghiera, gli occhi chiusi e il viso rilassato, c'era Gabriel, con la sua struttura esile, i capelli neri e i lineamenti indigeni.
Serrò la mascella, sostenendo sua madre, che si accasciava tra le sue braccia.
Sentì gli occhi dei presenti posarsi su di loro, mentre il mormorio cessava.
Qualcuno offrì una sedia, ma Kathleen scosse la testa, ritrovando la forza, per raggiungere il letto.
L'aiutò a sedersi sul bordo, seguendola con lo sguardo, mentre allungava una mano, per accarezzare quella immobile del figlio.
«Race».
Si voltò, riconoscendo la voce di Emanuel Hidalgo, che lo aveva toccato su di una spalla. Sembrava molto dimagrito dall'ultima volta che si erano visti, ma nel taglio degli occhi, nella fronte alta e spaziosa, come nelle spalle larghe, riconobbe i tratti della famiglia Hidalgo e sentì una stretta al petto.
«Appena puoi, ho bisogno di parlarti».
Annuì, chinandosi ad abbracciare sua madre.
«Torno subito», le sussurrò, baciandole una tempia.
Seguì quell'uomo robusto, che si muoveva con familiarità in quell'ambiente cupo, in cui risuonavano nuove preghiere.
Una volta nel corridoio si portò la mano al nodo della cravatta, allentandolo.
«In quella stanza mi mancava il respiro», si giustificò, incontrando gli occhi scuri di Emanuel che lo guardavano comprensivi.
«Non se lo aspettava nessuno».
Gli afferrò un braccio, trattenendolo.
«Perché lo ha fatto?».
«È di questo che voglio parlarti». Abbozzò un sorriso, facendogli strada, nella penombra del corridoio, rischiarato da luci basse, collocate alternativamente tra una stanza e l'altra.
Giunsero sul fondo, dove ricordava che José Hidalgo aveva il suo ufficio.
Entrarono e lui si guardò intorno. Sembrava che tutto fosse rimasto come un tempo, con la massiccia scrivania e le pareti coperte da scaffali. La finestra era sulla sinistra, da cui, rammentava, Gabriel e lui spiavano l'imprenditore, in attesa che si allontanasse.
Serrò i pugni, nel tentativo di dominarsi.
Lo zio di suo fratello si era seduto dietro la scrivania, e stava tirando fuori da un cassetto due buste da lettere.
«Siediti», gli indicò il posto davanti a lui.
Lo assecondò, senza staccare gli occhi da quegli involucri bianchi.
 «Li abbiamo trovati sulla scrivania», gli rivelò.
«Ha lasciato un biglietto?», si animò.
Le ultime parole di Gabriel, pensò, sentendo gli occhi inumidirsi, riconoscendo la grafia sottile e disordinata di suo fratello.
«Per mio fratello, Race», lesse, preparandosi a svelarne il contenuto. «L'altra è per mia madre?», sollevò lo sguardo sull'uomo dalla pelle ambrata.
«No, è per questo che ti volevo parlare». L'uomo si mosse a disagio sulla poltrona.
Corrugò la fronte, lasciandosi ricadere sulla sedia, dalla spalliera alta.
«Gabriel aveva conosciuto una donna e voleva sposarla».
«Gabriel?», sgranò gli occhi. «E lei dov'é?», balzò in piedi, volgendo il capo verso la porta. «È nell'altra stanza?».
Hidalgo scosse il capo.
«Non ha mai messo piede a Tierra Colorada».
Tornò a sedere, scrutandolo diffidente.
«L'ha conosciuta otto mesi fa ad Acapulco, dove lavorava come cameriere».
Si sforzò di restare impassibile. A lui aveva raccontato ben altro. Strinse i denti, degludendo a fatica.
«Una di quelle piene di soldi, che grazie alle risorse paterne, si sposta da un posto all'altro, in attesa del giusto partito».
«Conosco il tipo», bofonchiò.
«Bene, così sarà più semplice capirsi».
Hidalgo poggiò i gomiti sulla scrivania, lasciando dondolare la lettera tra le dita. «Gabriel sperava di rimettere in piedi l'azienda di famiglia, riprendendo la produzione del caffè. A me aveva detto che aveva i capitali per iniziare quest'impresa, e così, l'ho affiancato con mio figlio, ma non era vero. Si è indebitato fino al collo, con la speranza di essere degno della signorina. L'ho scoperto l'altro giorno!».
Si coprì il volto con le mani, trattenendo il fiato, in un gesto di sconforto.
«Dio Santo!». Sollevò gli occhi al soffitto «La tenuta cade a pezzi!», cercò di ragionare. «Deve aver investito soprattutto sulla parte produttiva, giusto?», fece una smorfia.
«Domani ti porto a vedere gli stabilimenti», gli promise Hidalgo.
«Ok», annuì. «E lei? È stata avvisata?».
«No».
«Perché, no?», chiese, aggrottando la fronte. «Per quanto superficiale, era pur sempre la sua compagna».
«Perché volevamo aspettare te. I rapporti tra loro non erano idilliaci... Elena Roberti lo aveva lasciato, decidendo di disfarsi del bambino che aspettava».
«Cosa?», sobbalzò. «Mio fratello potrebbe avere un figlio?».
Hidalgo scosse il capo, risoluto.
«No. Penso che alla base della rottura ci sia proprio la decisione di lei di interrompere la gravidanza, senza consultarlo».
«Com'è possibile?».
«Dalle informazioni che siamo riusciti a raccogliere, questa storia vacanziera era andata avanti per chat durante alcuni mesi. Poi lei gli aveva detto di aspettare un bambino. A quel punto, Gabriel ha pensato di investire i pochi soldi, che gli aveva lasciato suo padre, in quest'impresa del caffè, rassicurando l'italiana che presto sarebbe stato in grado di garantire a lei e a suo figlio un'esistenza dignitosa».
«Cristo, perché non mi ha chiesto aiuto?».
Hidalgo si piegò nelle spalle.
«Sai com'era fatto. Era molto orgoglioso e sperava di farcela da solo».
«Sì, ma avrebbe potuto restituirmi il denaro una volta avviata la produzione». Non riusciva a darsi pace. «Perché togliersi la vita?».
«Forse, perché tutti i suoi sacrifici erano stati inutili?».
«Non ti seguo». Abbassò lo sguardo, incapace di ragionare.
«Elena Roberti non rispondeva più ai suoi messaggi e alle sue telefonate, così Gabriel ha pensato bene di raggiungerla e, una volta in Italia, ha scoperto che lei aveva deciso di abortire e che non ne voleva più sapere di lui».
«Oh, Signore!». Strinse gli occhi, accusando il colpo.
«È tornato a Tierra Colorada; ha recuperato la pistola di suo padre, che deteneva regolarmente, se la è puntata alla testa e ha fatto fuoco».

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A mio fratello, Race Gordon

Race,
perdonami. So che non condividerai la mia decisione e, credimi, se c'è un motivo che mi tiene ancora legato a questo mondo, sei tu.
L'unica mia fortuna, in questa vita fatta di scampoli, è stata averti come fratello. Se è vero quello che scrivo, ti chiederai, perché non sono in Inghilterra con te? La risposta è sempre la stessa: non mi è mai piaciuta l'elemosina.
Pensavo di potercela fare da solo, ma ci sono destini segnati dalla nascita e accanirsi non servirebbe a nulla.
Il mio unico erede sei tu. Vendi tutto e dimentica questa storia. È meglio così. Un attimo e poi è il nulla.
Nel momento in cui leggerai questa lettera, io avrò smesso di soffrire.
Abbraccia la mamma, e dille che, a mio modo, l'ho amata.
Per sempre tuo,
Gabriel 


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Alla donna della mia vita, Elena Roberti

Amore mio,
mi arrogo il diritto di chiamarti ancora una volta così, per salutarti. Hai preso la tua decisione e, anche se non la condivido, non ritenerti responsabile della mia scelta. Sono io che ho sbagliato. Sono io che mi sono illuso, ma ancora una volta ho capito che il mondo femminile mi è estraneo. Credevo che tu ricambiassi i miei sentimenti, ma mi sbagliavo. Era un gioco, solo un gioco, che per qualche istante è sembrato poter diventare importante. Così non è stato. Ti auguro di essere felice, se si può essere felici, quando non si conosce la parola amore.
Gabriel

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